mercoledì 22 aprile 2015

Sulle tracce di Fenoglio...



SULLE TRACCE DI FENOGLIO…


Alba, Cuneo. La mattina di un freddo giorno di marzo. Il giorno giusto. Per mettersi in cammino, vagabondare, seguire un itinerario tracciato che merita di essere scoperto e riscoperto, da ragazzi, adulti, anziani… tutti.
Siamo nella terra di Beppe Fenoglio. Quella terra dove lui nacque il primo di marzo del 1922. Studente nel capoluogo Torino. Studente di lettere. Quell’università che non riuscì a terminare come avrebbe voluto. La chiamata alle armi, Ceva, Pietralta, la guerra. Il 1943. Quel maledetto 1943. Dai primi mesi del 1944 Fenoglio si unì alle formazioni partigiane, ai “rossi” delle Brigate Garibaldi e poi ai “badogliani”. La sua terra diventa protagonista, mito di intere generazioni successive, di persone e personaggi che animeranno i suoi racconti. Le Langhe, Alba.
E da qua partiamo. Un opuscoletto preso all’ufficio turistico in Piazza Risorgimento è la nostra guida odierna. Quattro itinerari. Abbiamo tempo, voglia, curiosità… come sempre.

Itinerario 01 – Il Centro Storico

Qua nasce, muove i primi passi, diventa uomo, quell’uomo che tutti ora conosciamo. Sedici tappe per calpestare strade e luoghi importanti per lo scrittore albese. Da Piazza San Francesco d’Assisi a Palazzo Giovine e poi ancora sostaredinnanzi a Casa Fenoglio, Porta Cherasca, il Convitto, il Liceo Govone, Piazza Savona.
Itinerario 02 – La Battaglia dei 23 giorni

Ci allontaniamo dal centro, da Alba… per poco. Siamo a San Cassiano, dove nei campi, il giorno dei morti del 1944 le truppe inviate da Benito Mussolini tentarono di riprendersi la città dichiaratasi Libera Repubblica Partigiana. I 23 giorni della città di Alba. 23 giorni di battaglie, lotte in prima linea anche per Beppe Fenoglio. E 7 tappe nell’area verde di San Cassiano ci permettono anche in questa occasione di non rimanere delusi e di percorrere l’itinerario in piena libertà e di scoprire un altro tassello di questa incredibile storia piemontese.
Itinerario 03 – Sulle tracce di Fulvia

Sentieri, natura. Le colline sopra Alba. Splendide. Altre dodici tappe. “Una questione privata” ha per protagonisti il partigiano Milton e Fulvia… e questo è lo scenario in cui la loro passione esplode, tra le vigne e le cascine in prossimità della frazione di San Rocco Seno D’Elvio. Un itinerario lungo, faticoso, ma immerso in un contesto armonioso, silenzioso, poetico, musicale…

                                                            Itinerario 04 – Il fascino del Tanaro
E non poteva mancare lui… il Tanaro. Altre dieci tappe per questo fiume che scorre vicino ad Alba. Un itinerario che ci porta fino al confine con il comune di Barbaresco.

E si conclude qua, un viaggio nel viaggio. A pochi passi da casa. Eppure tutto ciò è un mondo a parte, non lontano, non vicino. Unico. E non serve aspettare un altro 25 aprile per ricordare, partire.

Ogni giorno è Liberazione, ogni giorno è Non Dimenticare.

mercoledì 18 marzo 2015

Il Castello di Cereseto: sarà che non te lo aspetti!



SARA’ CHE NON TE LO ASPETTI!



Sarà che non te lo aspetti!
E’ probabile. L’itinerario prevedeva oggi altri luoghi, alquanto meravigliosi, ma già nella mente di ognuno di noi in qualche modo, prima di partire. Ma è solo quando ti trovi inaspettatamente dinnanzi a cotanta bellezza che ti rendi conto di quanto sia meraviglioso il nostro paese, la nostra regione, nella quale in ogni provincia trovi una chicca, una rara meraviglia, un inatteso borgo che ti guarda e ti invita a visitarlo. E dopo aver‘goduto’ del Santuario di Crea, questa giornata primaverile in dicembre ci regala un gioiello incredibile: Cereseto.
Sono da poco passate le due di questo giorno di festa quando la truppa di fumachenduma,‘i fumachenduma’, varcano i confini del territorio di Cereseto. La strada per il centro ci porta ad inerpicarci sino alla Chiesa. Parcheggiamo l’auto in un prato in punta al paese. Scendiamo e ci meravigliamo del panorama che si apre davanti ai nostri occhi. Sul poggio proprio di fronte a noi il Santuario di Serralunga di Crea, appena visitato ed ai nostri piedi una parte di questo luogo incantevole chiamato Monferrato. La Chiesa purtroppo apre alle tre, non sarà così, passeremo più tardi, ma sarà ancora chiusa. Così decidiamo per una passeggiata nel borgo e soprattutto speriamo di avere la fortuna di trovare il castello visitabile con qualche guida che ci possa raccontarne la storia. Il castello non è bello, è bellissimo, uno dei più belli e ben conservati (stiamo parlando di esterni)che abbia mai visto. Con le sue tre torri a pianta quadra, una a pianta ottagonale, i mattoni rossi, le piccole finestre da cui sono sicuro si possa dominare una vista a trecentosessanta gradi su questa terra che oggi ci ospita.

Eppure in questa calda domenica sembriamo gli unici ad esserci spinti fin quassù per ammirare questo castello che volge lo sguardo su uno dei Sacri Monti del Piemonte. Cominciamo a porci delle domande. Tutte le entrate sono chiuse. Ci sa di disfatta, di qualcosa di incompiuto… una delle tante eccellenze del nostro paese chiuso ai turisti, agli amanti dell’architettura e della storia? Parrebbe proprio così. Possiamo solo sbirciare da qualche vecchia inferriata. Il cortile, o forse uno dei cortili interni non sembra essere ordinato, l’erba non tagliata da tempo e tutto ciò rende quella magnifica atmosfera che si era creata… triste e un’unica domanda viene da porci: perché? Perché abbandonare tutto così, perché permettere che tutto ciò che potrebbe e dovrebbe essere di tutti, amato da tanti, lodato da molti, invece è guardato con occhi tristi e nostalgici da quattro ragazzi che si sono spinti ancora una volta fuori dalla solite rotte per vedere cosa offre l’oltre?

L’oltre oggi ci offre una struttura incredibilmente bella e inutilizzata, quasi abbandonata, o comunque adibita a residenza privata. Ma soprattutto nessun pannello informativo, nessun cenno alla storia di questo piccolo borghetto dominato da questo enorme e intatto castello in stile gotico. Ce ne rammarichiamo un po’, come tutte le volte in cui vieni deluso e sai che basterebbe poco per renderti allegro, ma soprattutto più istruito. Come Cereseto ce ne sono a centinaia, a migliaia in tutta Italia di situazioni del genere. Tutto ciò non vuole essere una critica, ma una constatazione di una ordinaria domenica in cui quattro persone si sono ritrovate ad ammirare una bellezza… a metà!
Per chi, per caso o per scelta, un giorno si trovasse su questo splendido colle del Monferrato, a Cereseto, ecco due accenni sullo splendido castello che potrete vedere (esteriormente). Si tratta di una costruzione recente, fine ‘800, inizi ‘900, in stile medievale, voluto dall’industriale Riccardo Gualino e abitato fino a pochi decenni fa. Vi èinoltre un ammirevole bassorilievo raffigurante il ritorno di un contadino russo dalla Grande Guerra.L’interno, come già detto, noi purtroppo non possiamo vederlo… ma non demordete, nonostante tutto, vale la pena ugualmente arrivare fino a qua!



giovedì 12 marzo 2015

Roure: il paese dopo le Alpi



ROURE, il paese dopo le Alpi


Quando si è piccoli, c’è un momento nel quale si ha la voglia di spostare sempre un po’ più in là le proprie ‘colonne d’Ercole’. Mi spiego meglio. Inizia nella mente a delinearsi una propria mappatura del luogo in cui sei da poco stato catapultato: mia nonna vive in quel paese, mio papà lavora in quello, una volta sono stato una giornata a Vattellapesca che è proprio vicino a dove mia zia ha una vecchia casa. Ebbene, le mie reali origini mi spingevano a ricordare i paesi della Val di Susa e poi quelli della Valsangone. Fino ad arrivare a Coazze. E lì mi bloccavo un attimo…e dopo Coazze? Chiedevo: e dopo Coazze che paese c’è? Ci sono le Alpi mi rispondevano i miei parenti più generosi di parola. Sì, va bene, mi dicevo io, ma confinerà pure con qualche altro comune dopo le Alpi? La mia giovane mente, nata già sotto il dominio dell’ubanizzazione, non poteva accettare una risposta così sempliciotta. Per cui dopo aver ricevuto nuovamente Alpi come affermazione per qualche altra volta, qualcuno mi accontentò e disse: Roure! Coazze dopo le Alpi confina con Roure!

Per anni la mia esigenza di spostare gli orizzonti è stata facilmente accontentata da questa risposta.

Roure è un paesino della Val Chisone, situato nel territorio delle valli occitane. In epoca fascista, come successe per molti altri paesi, il nome venne cambiato in Roreto prima e Roreto Chisone poi, pensando con beneficio di ignoranza che Roure fosse un francesismo. Significa invece in occitano ‘quercia’, e la quercia è il simbolo del paese. Il nome italianizzato è rimasto fino ad un referendum del 1975, che ha riportato la denominazione Roure. Non esiste un centro abitato che porti questo nome, ma il comune è composto da quattro frazioni più grandi e da una vasta quantità di altre borgate. Per la realtà una di queste quattro frazione porta il nome di Roreto, che comunque prima del fascismo si chiamava Chargeoir.

La prima di queste che si va incontrando giungendo da Pinerolo è Castel del Bosco, poi Roreto, Balma e Villaretto. Incomincio proprio da quest’ultima. La strada per arrivare al centro è raggiungibile con un’auto poco ingombrante, la via è stretta, ma comunque molto particolare. Sulle case ci sono raffigurazioni della vita di pastorizia e di agricoltura: una pecora che si abbevera, la benedizione del bestiame. La chiesa di San Giovanni Battista svetta su tutto, ma anch’essa è incastonata tra le case. I luoghi sono bellissimi, per cui consiglio ai visitatori di lasciare la macchina ad inizio borgata e di venir su con le proprie gambe, una bella passeggiata non può che migliorare la giornata.
Anche perché nella frazione seguente, Balma, è praticamente impossibile passare su quattro ruote essendoci un pezzo non più largo di 1,3 metri. Balma è la sede del municipio, c’è il monumento per i caduti e quello per i donatori, in più una caratteristica cappella controlla le abitazioni sottostanti.


Voglio un caffè, la scritta bar nella frazione di Roreto mi rinfranca, è chiuso. Così sfoggio il mio incerto franco provenzale che avevano tentano di delimitarmi alla sola Coazze non indicandomi un paese oltre, e chiedo dove posso prendere un caffè. Mi viene indicata un’osteria, dei ‘tre scalini’. E’ piccola ma familiare, c’è un odore che i più miserabili banalizzerebbero con la puzza, ma che è puro ossigeno per un ormai cittadino come me. La gente è accogliente e parla di andare a Roma per manifestare contro il governo, le solite cose. Prendo il mio caffè e ringrazio la compagnia. Prima di salire in macchina scorgo lo stemma cittadino con la quercia e i colori giallo e rosso, quercia simbolo di forza, resistenza e robustezza. Accendo il motore e scendo per la Val Chisone. Torno alle grandi strade e ai veri cattivi odori, torno nelle mie colonne d’Ercole.

mercoledì 4 marzo 2015

I miracoli di Mondonio



I MIRACOLI DI MONDONIO


Quanto dista Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Asti, dalla stupenda città salentina di Lecce? Sicuramente più di mille chilometri. Eppure questi due luoghi così diversi e distanti hanno qualcosa in comune, o meglio un Santo in comune. Si tratta di Domenico Savio, nato a San Giovanni di Riva presso Chieri il 2 aprile 1842, ma vissuto e morto a Mondonio di Castelnuovo Don Bosco il 9 marzo 1857 e a cui è stata dedicata una sola Basilica, che si trova proprio nella città pugliese!
Forse non tutti conoscono la vita di Domenico Savio e non molti percorrendo la strada che da Riva presso Chieri porta nell’astigiano si sono fermati anche solo per qualche ora a passeggiare in quell’incantevole paesino che oggi è conosciuto appunto come Mondonio San Domenico Savio, frazione di poco più di 100 abitanti di Castelnuovo Don Bosco.
Domenico Savio e Don Bosco, due persone i cui nomi sono fortemente legati alla Chiesa Cattolica, maestro e allievo. Secondo di dieci figli, Domenico incontrò il fondatore dei Salesiani, Giovanni Bosco appunto, a Morialdo il 2 ottobre nel 1854, mostrando da subito l’intenzione di prendere i voti sacerdotali, anche se ben sapeva di non avere le possibilità di studiare!Ma Giovanni Bosco lo accontentò prendendolo come allievo presso l’oratorio di San Francesco di Sales, nel capoluogo piemontese.
Pur distinguendosi per l’assiduità ai sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia e per la profonda devozione all’Immacolata, purtroppo Domenico ebbe una vita brevissima, morì infatti non ancora quindicenne di colera. Ma prima di morire il giovane ragazzo lasciò in eredità un biglietto al suomaestro in cui gli chiedeva ‘Mi aiuti a farmi Santo?’. E fu proprio Don Bosco ad esaltarne la figura e le virtù, tant’è che il 5 marzo 1950 venne proclamato beato e successivamente Santo 4 anni dopo, il 12 giugno del 1954.
Ma come si sa, la Chiesa Cattolica, per proclamare Santa una persona necessita di un miracolo. E in questo caso dobbiamo fare un balzo in avanti nel tempo, dal 1857, anno della morte del santo al 1936 e precisamente il primo marzo, giorno in cui la ragazzina sedicenne Maria Consuelo, nella capitale catalana, Barcellona giocando a palla cadde rompendosi il braccio. Dopo aver consultato diversi dottori e specialisti, senza essere arrivata ad una soluzione per le sue fratture, disse di aver sognato il Cardinale Giovanni Cagliero che la invitava esplicitamente a pregare e recitare una novena a Domenico Savio. Il giorno successivo, nonostante il suo scetticismo, ma dolorante, iniziò la novena. Alle 4 di notte del venerdì tanto atteso il braccio miracolosamente guarì. Un altro miracolo è poi attribuito a Domenico Savio, un’altra guarigione, quella di Albano Sabatino, un bambino di 7 anni, campano malato di setticemia.

Oggi passeggiare per il paese del Santo significa fare un passo indietro nel tempo e riscoprire la casa in cui Domenico ha vissuto, la scuola che ha frequentato, ma soprattutto girovagare per piccole stradine calpestate quasi due secoli fa da un piccolo bambino che grazieallasua tenacia e la sua immensa Fede ancor oggi ricordiamo e preghiamo.

mercoledì 25 febbraio 2015

Quella spolverata di bianco sul Battistero di Biella



QUELLA SPOLVERATA DI BIANCO SUL BATTISTERO DI BIELLA


dove

Non esiste parcheggio gratis. Ormai le zone blu nascono come funghi, una volta solo in città, oggi ormai un po’ dappertutto, come se fosse diventata una giusta consuetudine quella di far pagare la sosta nelle principali piazze italiane. Una moda, una cattiva moda arrivata in ogni angolo, anche della nostra Regione.Ma è anche da una sosta in un parcheggio blu che possono dipartire le nostre avventure. Questa storia inizia proprio in uno di questi parcheggi, in una fredda sera di dicembre, quando la fioca neve scendeva lenta sullamia testa e Biella era un punto inconfondibile, illuminata a festa.Quelle feste che uno non vorrebbe mai finissero perché stare a casa al caldo è bello, stare con amici e parenti, talvolta salutare e la vita lavorativa è lontana alcune settimane. Ed è proprio in uno di questi giorni, avvolto da un’atmosfera irreale e magicamente festosa che sono arrivato in questa piccola cittadina piemontese a me sconosciuta. Una passeggiata per le vie del centro, commerciali e storiche, un caffè caldo in un bar ed infine un ritorno verso la mia auto, parcheggiata ovviamente sulle strisce blu.

descrizione e storia
La retta via mi porta però ad una piazza, grande. Continua a nevicare. Alzo lo sguardo. Un monumento storico ben illuminato attira la mia attenzione. E’ ancora troppo lontano, mi avvicino. E’ un battistero, uno splendido battistero, una perla in questa bella piazza. Incastonato tra il Duomo e Palazzo Oropa, sede del comune.
Simbolo e monumento più famoso di Biella, il Battistero è dedicato a San Giovanni Battista. Di epocapre-romana e costruito su un già preesistente sepolcreto pagano nel IX secolo. Ma non mi basta. E’ aperto ed entro. Alcuni affreschi sulle pareti mi incuriosiscono, si tratta di affreschi risalenti al XIV secolo e attribuiti al Maestro di Oropa, anonimo pittore vissuto in queste zone, tra il canavese e il biellese, proprio nel ‘300. Oltre agli affreschi non molto altro, ma quella semplicità e quel silenzio mi fanno stare bene.

perché andarci
L’edificio è stato costruito con ciottoli a spina di pesce, come il vicino Ricetto di Candelo, che poche ore prima ho avuto modo di visitare e con laterizi romani. Forse troppo poco conosciute sono queste zone del Biellese. In un giorno ho scoperto una dopo l’altra Candelo, Biella, Oropa, Graglia, nomi che fino a poche ore prima non erano sul mio taccuino di viaggiatore, ma che da allora in poi lo sono state. Un itinerario non studiato, ma vissuto, trovato ed amato.

curiosità
Inoltre, sotto il livello del pavimento della piazza è dislocata una cripta, a croce greca. Solo alla fine del ‘700 è stata scavata, destinata a sepolcro per i vescovi della cittadina. Nello stesso anno in cui venne scavata la cripta, 1791, fu portata alla luce una lapide romana con il nome di Sesto Melio della tribù Pollia.
Rimango ancora qualche minuto, solo, in silenzio ad ammirare un’altra piccola storia da raccontare. Quando esco nevica decisamente di più. E’ ora di rientrare a casa, contento ancor una volta della mia piccola scoperta da vagabondo, ma con un ticket del parcheggio che sta per scadere e questa volta mi devo proprio affrettare…


mercoledì 11 febbraio 2015

La musica di Salza

…di paese in paese…


LA MUSICA DI SALZA


L’auto va dove ti porta lei. Le deviazioni sono all’ordine del giorno nella mia caotica vita. Così, dopo aver raggiunto e superato meravigliosamente la mia meta giornaliera, Prali e Ghigo sono state due belle conoscenze incontrate sulla mia strada, l’arrivo pinerolese può aspettare e inerpicarmi su viali montani secondari non può che farmi bene in questa giornata di inizio estate. Non conosco il luogo, la zona, il paesaggio dopo la prossima curva. Ma voglio meravigliarmi, esplodere di nuove emozioni dopo quelle già vissute.

Così, dopo poco mezz’ora giungo in un tardo pomeriggio di giugno, con il sole ancora in alto in cielo a Salza di Pinerolo. Ad accogliermi… nessuno. Non un’anima. Solo un bambino in lontananza sta giocando a palla con la sorellina, quasi indifferente all’arrivo di un forestiero. La sua costante calma sembra non essere turbata dal motore che si è appena fermato nella principale e piccola piazza del paesino. Innocuo, questa è la prima impressione che ho di Salza. Mi guardo intorno, ad attrarmi principalmente è l’immensa catena di monti che abbraccia questo piccolo luogo. Ma non è tutto qua, ne sono certo. Questa mia cocciutaggine nel non arrendermi, ad andare avanti mi permettono di non credere in quelle piccole apparenze che hai a prima vista quando incontri una persona, una situazione, un paese. La novità spaventa, ma è bella perché reale, nuova. Chiudo l’auto e mi dirigo oltre quella piazza che nasconde e custodisce i tesori di questo villaggio di mezza montagna. Ed è così. Pannelli mi trasportano e mi permettono di conoscere la storia di questo minuscolo comune di poco più di 70 abitanti della Val Germanasca.

L’acqua sgorga fresca da una fontana non distante dalla mia auto. Cerco frescura, nonostante in questa pazza estate il caldo non sia ancora arrivato del tutto. Lo sguardo però viene catturato. Un murales occupa l’intera parete di un’abitazione. Bello, penso. Qualcosa che distoglie lo sguardo dalla solita routine edilizia, seppur incantevole, di questi paesini. Originali i padroni di questa casa che hanno permesso questo immenso affresco. Il silenzio continua a regnare sovrano. Il murales sembra guardarmi, anche se raffigura, a primo impatto, una ragazza che guarda il mare. E’ ora di andare, ma appena mi volto un altro murales, e più nascosto un altro ancora e ancora un altro. Ma è pieno! Rimango un attimo allibito. Perché mai in un paese così piccolo dovrebbero esserci così tanti murales? Qual è il filo logico che lega tutti questi dipinti? Ma solo ora mi accorgo che vicino ad ogni disegno compare il titolo una canzone… ma certo ogni murales è una canzone… ‘Il mare d’inverno’, ‘Roxy bar’, ‘La gatta’. Torno al primo pannello informativo del comune, nella fretta non devo aver letto tutto, e così è. Trentadue, si trentadue sono i murales dislocati in tutto in centro e nelle borgate circostanti. Mi spetta una vera e propria caccia al tesoro che non vedo l’ora di cominciare. Ho voglia di giocare, di divertirmi, di ascoltare questa dolce musica rappresentata in un silenzio incredibile. E’ ora di ripartire, un mondo colorato mi aspetta ed io aspettavo lui. Sapevo che qualsiasi decisione, bizzarra o meno che sia, mi avrebbe portato da qualche parte! Sogno un mondo divertente e Salza di Pinerolo è un piccolo mondo a sé, divertente.

‘Piccolo paese, grandi concerti’. Questa frase campeggia all’inizio di un paragrafo del pannello che mi ha illuminato sui murales. Incredibile, ma alla fine degli anni ’90 a Salza si sono tenuti concerti di immensi artisti, Pierangelo Bertoli, nel 1988, 1700 paganti. Vecchioni, 1989, 2500 fans. Ruggeri, 1990, 3500 spettatori. Finardi, 1991, 3000. E poi è la volta nel 1992 di un giovane Luciano Ligabue! Per questo motivo il territorio è così legato alla musica ed ai suoi valori. Che bello sarebbe un giorno riprendere quel discorso, far arrivare nuovi artisti, cantanti, nuove emozionanti serate come tanti anni fa.

Per il momento l’unica cosa da fare è alzarsi dal divano e organizzare una gita fuori porta a Salza, luogo in cui adulti e bambini possono vivere insieme una giornata colorata, canterina e estremamente folk!

mercoledì 4 febbraio 2015

Teatro romano di Aosta



TEATRO ROMANO DI AOSTA


Quanto tempo è passato. Ero bambino quando i miei mi portarono per la prima volta ad Aosta. Mi raccontavano di una cittadina ricca di storia ed io, anche se ora non ricordo, proprio perché troppo piccolo, sono sicuro di esserci andato con la giusta curiosità di chi sa che sta per varcare i confini della sua regione e simbolicamente avvicinarsi ad un altro piccolo mondo da scoprire.
Poi anni. Anni che diventano decenni. Aosta rimane una piccola cittadina ricca di storia a oltre cento chilometri da casa, distante non tanto in termini chilometrici, quanto di prospettive giovanili che hanno portato i miei passi verso la city, a lidi marittimi, trasportato da amici e compagni di avventure adolescenziali.

Poi il lavoro che mi fa rimettere in moto, curiosare, viaggiare, conoscere. E’ un caso. Destinazione Valle d’Aosta. Un caso che colgo al volo. Ore in uffici, officine, ore d’incontri, scontri, chiacchiere al vento. E poi la pausa, tanto amata pausa pranzo. E cosa c’è di meglio se non una passeggiata in quel centro cittadino, da cui sono mancato per quasi due decenni? (a parte una breve parentesi nel 2003 in occasione del raduno nazionale degli Alpini!)
Il tempo è poco, o meglio tiranno. Ma ho il giusto tempo per ammirare l’Arco di Augusto e poi dirigermi verso piazza Chanoux, attraversando la bella via Sant’Anselmo. Tanta gente in giro per le strade, giovani appena usciti dalle scuole, impiegati e operai intenti a consumare un buon pasto all’aria aperta prima di far rientro ai rispettivi doveri. E poi io, che osservo, i sorrisi delle persone, dei ragazzi e degli anziani che insieme a me camminano per queste strade antiche. Mi lascio trasportare come sempre dal regolare fluire dell’attimo, poi decido di entrare nell’ufficio turistico ancora aperto, dove posso ritirare la mia prima mappa di Aosta. No, non la scruto per molto, anche perché vengo attratto da alcune rovine romane che si nascondono proprio dietro la via che sto percorrendo, e non posso non avvicinarmi, entrare in questa piccola e meravigliosa area che sorge proprio qua! E’ incredibile! Bastano pochi minuti per innamorarmi ancora una volta di un posto. Mi guardo intorno. Sono solo. Il vociare della strada ha lasciato spazio a questo silenzio, quasi rispettoso del Teatro Romano di Aosta. Teatro che risale all’epoca dell’imperatore Claudio, 25 a.C. Mi siedo in un angolino. Mi connetto ad internet. Non c’è molto campo, ma voglio avere le giuste informazioni sul luogo in cui mi trovo.

Il teatro era costruito su di un’area di 81 metri di larghezza e 64 di lunghezza, si pensa che fosse dotato di una copertura, proprio come quello di Pompei. All’interno potevano starci circa 4.000 persone e l’orchestra del teatro aveva un raggio di 10 metri. Ci sono voluti molti secoli per riportare l’intera area alla luce, in particolar modo tra il 1933 e il 1941 vennero fatti ampi lavori di recupero e di restauro del teatro romano e poi in anni più recenti, quando nel 2008 furono effettuate attività di consolidamento della facciata monumentale e tre anni dopo con la costruzione di una struttura adiacente da cui si può ammirare il teatro in tutta la sua bellezza e che può ospitare attualmente circa un migliaio di persone.
Rimango ancora un attimo in silenzio, prima che il trambusto dovuto all’arrivo di una scolaresca mi riporti alla mia realtà e soprattutto al mio ritardo nel rientrare alla solita ma sempre più interessante routine che mi permette di viaggiare, pensare, sognare e riscoprire luoghi immergendomi in antiche storie passate…