mercoledì 4 marzo 2015

I miracoli di Mondonio



I MIRACOLI DI MONDONIO


Quanto dista Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Asti, dalla stupenda città salentina di Lecce? Sicuramente più di mille chilometri. Eppure questi due luoghi così diversi e distanti hanno qualcosa in comune, o meglio un Santo in comune. Si tratta di Domenico Savio, nato a San Giovanni di Riva presso Chieri il 2 aprile 1842, ma vissuto e morto a Mondonio di Castelnuovo Don Bosco il 9 marzo 1857 e a cui è stata dedicata una sola Basilica, che si trova proprio nella città pugliese!
Forse non tutti conoscono la vita di Domenico Savio e non molti percorrendo la strada che da Riva presso Chieri porta nell’astigiano si sono fermati anche solo per qualche ora a passeggiare in quell’incantevole paesino che oggi è conosciuto appunto come Mondonio San Domenico Savio, frazione di poco più di 100 abitanti di Castelnuovo Don Bosco.
Domenico Savio e Don Bosco, due persone i cui nomi sono fortemente legati alla Chiesa Cattolica, maestro e allievo. Secondo di dieci figli, Domenico incontrò il fondatore dei Salesiani, Giovanni Bosco appunto, a Morialdo il 2 ottobre nel 1854, mostrando da subito l’intenzione di prendere i voti sacerdotali, anche se ben sapeva di non avere le possibilità di studiare!Ma Giovanni Bosco lo accontentò prendendolo come allievo presso l’oratorio di San Francesco di Sales, nel capoluogo piemontese.
Pur distinguendosi per l’assiduità ai sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia e per la profonda devozione all’Immacolata, purtroppo Domenico ebbe una vita brevissima, morì infatti non ancora quindicenne di colera. Ma prima di morire il giovane ragazzo lasciò in eredità un biglietto al suomaestro in cui gli chiedeva ‘Mi aiuti a farmi Santo?’. E fu proprio Don Bosco ad esaltarne la figura e le virtù, tant’è che il 5 marzo 1950 venne proclamato beato e successivamente Santo 4 anni dopo, il 12 giugno del 1954.
Ma come si sa, la Chiesa Cattolica, per proclamare Santa una persona necessita di un miracolo. E in questo caso dobbiamo fare un balzo in avanti nel tempo, dal 1857, anno della morte del santo al 1936 e precisamente il primo marzo, giorno in cui la ragazzina sedicenne Maria Consuelo, nella capitale catalana, Barcellona giocando a palla cadde rompendosi il braccio. Dopo aver consultato diversi dottori e specialisti, senza essere arrivata ad una soluzione per le sue fratture, disse di aver sognato il Cardinale Giovanni Cagliero che la invitava esplicitamente a pregare e recitare una novena a Domenico Savio. Il giorno successivo, nonostante il suo scetticismo, ma dolorante, iniziò la novena. Alle 4 di notte del venerdì tanto atteso il braccio miracolosamente guarì. Un altro miracolo è poi attribuito a Domenico Savio, un’altra guarigione, quella di Albano Sabatino, un bambino di 7 anni, campano malato di setticemia.

Oggi passeggiare per il paese del Santo significa fare un passo indietro nel tempo e riscoprire la casa in cui Domenico ha vissuto, la scuola che ha frequentato, ma soprattutto girovagare per piccole stradine calpestate quasi due secoli fa da un piccolo bambino che grazieallasua tenacia e la sua immensa Fede ancor oggi ricordiamo e preghiamo.

mercoledì 25 febbraio 2015

Quella spolverata di bianco sul Battistero di Biella



QUELLA SPOLVERATA DI BIANCO SUL BATTISTERO DI BIELLA


dove

Non esiste parcheggio gratis. Ormai le zone blu nascono come funghi, una volta solo in città, oggi ormai un po’ dappertutto, come se fosse diventata una giusta consuetudine quella di far pagare la sosta nelle principali piazze italiane. Una moda, una cattiva moda arrivata in ogni angolo, anche della nostra Regione.Ma è anche da una sosta in un parcheggio blu che possono dipartire le nostre avventure. Questa storia inizia proprio in uno di questi parcheggi, in una fredda sera di dicembre, quando la fioca neve scendeva lenta sullamia testa e Biella era un punto inconfondibile, illuminata a festa.Quelle feste che uno non vorrebbe mai finissero perché stare a casa al caldo è bello, stare con amici e parenti, talvolta salutare e la vita lavorativa è lontana alcune settimane. Ed è proprio in uno di questi giorni, avvolto da un’atmosfera irreale e magicamente festosa che sono arrivato in questa piccola cittadina piemontese a me sconosciuta. Una passeggiata per le vie del centro, commerciali e storiche, un caffè caldo in un bar ed infine un ritorno verso la mia auto, parcheggiata ovviamente sulle strisce blu.

descrizione e storia
La retta via mi porta però ad una piazza, grande. Continua a nevicare. Alzo lo sguardo. Un monumento storico ben illuminato attira la mia attenzione. E’ ancora troppo lontano, mi avvicino. E’ un battistero, uno splendido battistero, una perla in questa bella piazza. Incastonato tra il Duomo e Palazzo Oropa, sede del comune.
Simbolo e monumento più famoso di Biella, il Battistero è dedicato a San Giovanni Battista. Di epocapre-romana e costruito su un già preesistente sepolcreto pagano nel IX secolo. Ma non mi basta. E’ aperto ed entro. Alcuni affreschi sulle pareti mi incuriosiscono, si tratta di affreschi risalenti al XIV secolo e attribuiti al Maestro di Oropa, anonimo pittore vissuto in queste zone, tra il canavese e il biellese, proprio nel ‘300. Oltre agli affreschi non molto altro, ma quella semplicità e quel silenzio mi fanno stare bene.

perché andarci
L’edificio è stato costruito con ciottoli a spina di pesce, come il vicino Ricetto di Candelo, che poche ore prima ho avuto modo di visitare e con laterizi romani. Forse troppo poco conosciute sono queste zone del Biellese. In un giorno ho scoperto una dopo l’altra Candelo, Biella, Oropa, Graglia, nomi che fino a poche ore prima non erano sul mio taccuino di viaggiatore, ma che da allora in poi lo sono state. Un itinerario non studiato, ma vissuto, trovato ed amato.

curiosità
Inoltre, sotto il livello del pavimento della piazza è dislocata una cripta, a croce greca. Solo alla fine del ‘700 è stata scavata, destinata a sepolcro per i vescovi della cittadina. Nello stesso anno in cui venne scavata la cripta, 1791, fu portata alla luce una lapide romana con il nome di Sesto Melio della tribù Pollia.
Rimango ancora qualche minuto, solo, in silenzio ad ammirare un’altra piccola storia da raccontare. Quando esco nevica decisamente di più. E’ ora di rientrare a casa, contento ancor una volta della mia piccola scoperta da vagabondo, ma con un ticket del parcheggio che sta per scadere e questa volta mi devo proprio affrettare…


mercoledì 11 febbraio 2015

La musica di Salza

…di paese in paese…


LA MUSICA DI SALZA


L’auto va dove ti porta lei. Le deviazioni sono all’ordine del giorno nella mia caotica vita. Così, dopo aver raggiunto e superato meravigliosamente la mia meta giornaliera, Prali e Ghigo sono state due belle conoscenze incontrate sulla mia strada, l’arrivo pinerolese può aspettare e inerpicarmi su viali montani secondari non può che farmi bene in questa giornata di inizio estate. Non conosco il luogo, la zona, il paesaggio dopo la prossima curva. Ma voglio meravigliarmi, esplodere di nuove emozioni dopo quelle già vissute.

Così, dopo poco mezz’ora giungo in un tardo pomeriggio di giugno, con il sole ancora in alto in cielo a Salza di Pinerolo. Ad accogliermi… nessuno. Non un’anima. Solo un bambino in lontananza sta giocando a palla con la sorellina, quasi indifferente all’arrivo di un forestiero. La sua costante calma sembra non essere turbata dal motore che si è appena fermato nella principale e piccola piazza del paesino. Innocuo, questa è la prima impressione che ho di Salza. Mi guardo intorno, ad attrarmi principalmente è l’immensa catena di monti che abbraccia questo piccolo luogo. Ma non è tutto qua, ne sono certo. Questa mia cocciutaggine nel non arrendermi, ad andare avanti mi permettono di non credere in quelle piccole apparenze che hai a prima vista quando incontri una persona, una situazione, un paese. La novità spaventa, ma è bella perché reale, nuova. Chiudo l’auto e mi dirigo oltre quella piazza che nasconde e custodisce i tesori di questo villaggio di mezza montagna. Ed è così. Pannelli mi trasportano e mi permettono di conoscere la storia di questo minuscolo comune di poco più di 70 abitanti della Val Germanasca.

L’acqua sgorga fresca da una fontana non distante dalla mia auto. Cerco frescura, nonostante in questa pazza estate il caldo non sia ancora arrivato del tutto. Lo sguardo però viene catturato. Un murales occupa l’intera parete di un’abitazione. Bello, penso. Qualcosa che distoglie lo sguardo dalla solita routine edilizia, seppur incantevole, di questi paesini. Originali i padroni di questa casa che hanno permesso questo immenso affresco. Il silenzio continua a regnare sovrano. Il murales sembra guardarmi, anche se raffigura, a primo impatto, una ragazza che guarda il mare. E’ ora di andare, ma appena mi volto un altro murales, e più nascosto un altro ancora e ancora un altro. Ma è pieno! Rimango un attimo allibito. Perché mai in un paese così piccolo dovrebbero esserci così tanti murales? Qual è il filo logico che lega tutti questi dipinti? Ma solo ora mi accorgo che vicino ad ogni disegno compare il titolo una canzone… ma certo ogni murales è una canzone… ‘Il mare d’inverno’, ‘Roxy bar’, ‘La gatta’. Torno al primo pannello informativo del comune, nella fretta non devo aver letto tutto, e così è. Trentadue, si trentadue sono i murales dislocati in tutto in centro e nelle borgate circostanti. Mi spetta una vera e propria caccia al tesoro che non vedo l’ora di cominciare. Ho voglia di giocare, di divertirmi, di ascoltare questa dolce musica rappresentata in un silenzio incredibile. E’ ora di ripartire, un mondo colorato mi aspetta ed io aspettavo lui. Sapevo che qualsiasi decisione, bizzarra o meno che sia, mi avrebbe portato da qualche parte! Sogno un mondo divertente e Salza di Pinerolo è un piccolo mondo a sé, divertente.

‘Piccolo paese, grandi concerti’. Questa frase campeggia all’inizio di un paragrafo del pannello che mi ha illuminato sui murales. Incredibile, ma alla fine degli anni ’90 a Salza si sono tenuti concerti di immensi artisti, Pierangelo Bertoli, nel 1988, 1700 paganti. Vecchioni, 1989, 2500 fans. Ruggeri, 1990, 3500 spettatori. Finardi, 1991, 3000. E poi è la volta nel 1992 di un giovane Luciano Ligabue! Per questo motivo il territorio è così legato alla musica ed ai suoi valori. Che bello sarebbe un giorno riprendere quel discorso, far arrivare nuovi artisti, cantanti, nuove emozionanti serate come tanti anni fa.

Per il momento l’unica cosa da fare è alzarsi dal divano e organizzare una gita fuori porta a Salza, luogo in cui adulti e bambini possono vivere insieme una giornata colorata, canterina e estremamente folk!

mercoledì 4 febbraio 2015

Teatro romano di Aosta



TEATRO ROMANO DI AOSTA


Quanto tempo è passato. Ero bambino quando i miei mi portarono per la prima volta ad Aosta. Mi raccontavano di una cittadina ricca di storia ed io, anche se ora non ricordo, proprio perché troppo piccolo, sono sicuro di esserci andato con la giusta curiosità di chi sa che sta per varcare i confini della sua regione e simbolicamente avvicinarsi ad un altro piccolo mondo da scoprire.
Poi anni. Anni che diventano decenni. Aosta rimane una piccola cittadina ricca di storia a oltre cento chilometri da casa, distante non tanto in termini chilometrici, quanto di prospettive giovanili che hanno portato i miei passi verso la city, a lidi marittimi, trasportato da amici e compagni di avventure adolescenziali.

Poi il lavoro che mi fa rimettere in moto, curiosare, viaggiare, conoscere. E’ un caso. Destinazione Valle d’Aosta. Un caso che colgo al volo. Ore in uffici, officine, ore d’incontri, scontri, chiacchiere al vento. E poi la pausa, tanto amata pausa pranzo. E cosa c’è di meglio se non una passeggiata in quel centro cittadino, da cui sono mancato per quasi due decenni? (a parte una breve parentesi nel 2003 in occasione del raduno nazionale degli Alpini!)
Il tempo è poco, o meglio tiranno. Ma ho il giusto tempo per ammirare l’Arco di Augusto e poi dirigermi verso piazza Chanoux, attraversando la bella via Sant’Anselmo. Tanta gente in giro per le strade, giovani appena usciti dalle scuole, impiegati e operai intenti a consumare un buon pasto all’aria aperta prima di far rientro ai rispettivi doveri. E poi io, che osservo, i sorrisi delle persone, dei ragazzi e degli anziani che insieme a me camminano per queste strade antiche. Mi lascio trasportare come sempre dal regolare fluire dell’attimo, poi decido di entrare nell’ufficio turistico ancora aperto, dove posso ritirare la mia prima mappa di Aosta. No, non la scruto per molto, anche perché vengo attratto da alcune rovine romane che si nascondono proprio dietro la via che sto percorrendo, e non posso non avvicinarmi, entrare in questa piccola e meravigliosa area che sorge proprio qua! E’ incredibile! Bastano pochi minuti per innamorarmi ancora una volta di un posto. Mi guardo intorno. Sono solo. Il vociare della strada ha lasciato spazio a questo silenzio, quasi rispettoso del Teatro Romano di Aosta. Teatro che risale all’epoca dell’imperatore Claudio, 25 a.C. Mi siedo in un angolino. Mi connetto ad internet. Non c’è molto campo, ma voglio avere le giuste informazioni sul luogo in cui mi trovo.

Il teatro era costruito su di un’area di 81 metri di larghezza e 64 di lunghezza, si pensa che fosse dotato di una copertura, proprio come quello di Pompei. All’interno potevano starci circa 4.000 persone e l’orchestra del teatro aveva un raggio di 10 metri. Ci sono voluti molti secoli per riportare l’intera area alla luce, in particolar modo tra il 1933 e il 1941 vennero fatti ampi lavori di recupero e di restauro del teatro romano e poi in anni più recenti, quando nel 2008 furono effettuate attività di consolidamento della facciata monumentale e tre anni dopo con la costruzione di una struttura adiacente da cui si può ammirare il teatro in tutta la sua bellezza e che può ospitare attualmente circa un migliaio di persone.
Rimango ancora un attimo in silenzio, prima che il trambusto dovuto all’arrivo di una scolaresca mi riporti alla mia realtà e soprattutto al mio ritardo nel rientrare alla solita ma sempre più interessante routine che mi permette di viaggiare, pensare, sognare e riscoprire luoghi immergendomi in antiche storie passate…



mercoledì 17 dicembre 2014

La magia del presepe



LA MAGIA DEL PRESEPE


Danzano le luci in cielo. Una musica si fa più viva. Aumenta di volume. Ti avvolge. T’insegue. E’ meraviglia, la fine di un’attesa, un sogno aspettato un anno. Ogni anno, eccolo, questo periodo che emoziona, diverte. Quell’atmosfera che ti prende per mano e che ti fa attraversare nuove vie, rende palazzi fino ad allora mai considerati lucenti armonie di vita. Anche tu sei migliore, o almeno credi di esserlo, perché il Natale riesce finalmente a strapparti quel sorriso privo di ansie, patemi quotidiani. Sei tu, solo con quella spensieratezza che ti riporta ad un’età fanciullesca, di quando eri bambino e attendevi il giorno del 25 dicembre per spacchettare i tuoi regali, mostrarli ai parenti che quel giorno sarebbero venuti a trovarti. Che magica magia… il Natale!

Poi cresci, la sostanza non cambia, anche se cerchi di essere più pacato in quei modi che vorresti far esplodere. Ma ci sono anche altre cose ora che ti attraggono, come ad esempio a me, a cui piace soffermarmi nel periodo dell’Avvento davanti ad un presepe ed ammirare ogni statuina, movimento, capanna, sfondo. Mi danno allegria. E passeggiando per le strade del capoluogo difficile è non imbattersi negli ultimi anni nel presepe meccanico della Santissima Trinità o nel meraviglioso presepe di Luzzati di Piazza Castello. E poi come sempre c’è la curiosità e anche talvolta la fortuna che ti portano ad imbatterti in presepi nascosti in qualche abitazione privata, presepi che voglio essere scoperti, anche se da una parte chi li ha allestiti è un po’ geloso della sua opera. E poi come dimenticare i presepi creati per l’occasione nelle Chiese di paesini lontani, penso a quello da me visitato in anni recenti nel Santuario di Graglia, in provincia di Biella, dove usciti da quel luogo di culto, le bianche montagne intorno creavano un’atmosfera unica!


Rappresentazioni, mondi vicini di storie lontane nel tempo. Come quella del presepio. Furono già gli evangelisti Luca e Matteo a descrivere la natività, avvenuta al tempo di Erode.Quella rappresentazione in cui nella terra del re Davide nacque il Salvatore. Quella rappresentazione che solo in epoca medievale prenderà il nome di presepio, ovvero ‘recinto’ chiuso, dove venivano custoditi gli animali, ma anche ‘mangiatoia’, dal latino praesaepe, ovvero greppia.
Oggi tantissime sono le ricostruzioni della natività di Gesù Cristo, ogni Paese, Regione d’Italia ha il suo particolare presepe. Perché proprio nel nostro paese San Francesco d’Assisi, nel 1223 realizzò a Greggio (non il paese in provincia di Vercelli, bensì nel Lazio) la prima rappresentazione vivente della Natività.

E ancora oggi non mancano sotto il periodo natalizio, talvolta la sera stessa del 24 dicembre, presepi viventi che ci deliziano e ci conducono con uno spirito ancora diverso verso quella festa che deve essere di pace e di speranza.
Pace e speranza,vado cercando in questo momento dell’anno e ammirando personaggi a grandezza naturale o piccole statuine lavorate, mi tuffo in un universo fatto di piccole magie, proprio come quella che il presepe, ancora oggi, a distanza di secoli, rappresenta. Magia che rende questo periodo come sempre così speciale e unico. Quindi, anche questa volta godetevi l’attimo e ammirate più presepi possibili. In fondosono piccoli, ma salutari e incredibili meraviglie!



mercoledì 10 dicembre 2014

Ingria: una gemma in Val Soana


INGRIA: UNA GEMMA IN VAL SOANA


Salendo per la Val Soana piove a dirotto. L’acqua non cessa di venire giù nemmeno quando arriviamo al primo comune conosciuto: Ingria. Le precipitazioni sono fitte e costanti, ma il paesaggio ci affascina e quindi decidiamo di scendere dalla macchina per dare un’ occhiata. Mai scelta fu più azzeccata.

Ingria è uno dei comuni meno popolosi d’Italia con i suoi 46 abitanti. La popolazione ha abbandonato questo piccolo paesino durante il ventesimo secolo. All’inizio del novecento infatti Ingria poteva contare su quasi 2000 abitanti. Un dato che non trova paragoni negli oltre ottomila centri del nostro paese. Come in tutti i paesini di montagna, la gente ha deciso, ma forse più che deciso sarebbe meglio dire dovuto, emigrare verso Torino o comunque verso i comuni più a valle.

Ma Ingria non può e non deve essere messa a confronto con gli altri paesini montanari. No, perché Ingria è ancora vitale, molto lontana dal voler arrendersi ad una realtà ordinata dall’urbanizzazione. Le 46 anime che popolano questo posto sono ancora attive, e paiono essersi strette una a fianco dell’altra vicino alla piazza principale dove c’è la sede del municipio e la Chiesa di San Giacomo, costruita nel seicento e diventata parrocchia nel 1708.


Attorno a questo piazzale tutto è fiorito. Alcuni fiori sono protetti anche ironicamente da ombrelli con la scritta “Ingria c’è”, giusto a voler riassumere perfettamente lo spirito di questa comunità. Nonostante le nemmeno 50 unità è presente una Pro Loco, ma anche i bambini non sono abbandonati a loro stessi grazie alla presenza di un piccolo parco giochi. Il monumento ai caduti funge da ponte tra il passato e uno sguardo che volge al futuro. Si vedono molti monumenti di questo tipo in giro per il nostro paese, ma in pochi come questo riescono a rendere giustizia alla memoria dei martiri della libertà.
Ingria fu feudo dei conti di Valperga, come riportato dai primi documenti storici risalenti al XI secolo, prendendo parte alla rivolta dei turchini. Gli ingriesi, così vengono chiamati i nativi del luogo, resistettero eroicamente agli assalti dei soldati del duca di Savoia per quattro anni prima di venire sconfitti nel 1435.

Tra le altre cose la municipalità è stata premiata dall’ASPROFLOR come “Comune Fiorito” aggiudicandosi tre fiori su un totale di quattro. Anche se ammirando il paesaggio di Ingria c’è da chiedersi cosa si aspetti a proporre la massima votazione arrivando così al pari di altri comuni quali Avigliana, Claviere, Usseux e Villar Pellice.
Le escursioni sono un punto di attrattiva molto valido, dal centro e dalle frazioni del comune si possono raggiungere vette come il Monte Loit o il Mombianco, ma molte altre sono citate nel sito del municipio. Senza dimenticare eventi consolidati negli anni come l’Ingria Woodstock Festival, per festeggiare in giugno gli anni del rock psichedelico o la Sagra della polenta in settembre.


Ingria ha mille risorse ed è un luogo consigliabile per chiunque, senza distinzione di età. Quindi: escursionisti desiderosi di esplorare cime nuove, famiglie che volete portare i vostri figli a respirare l’aria di montagna, appassionati di rock’n’roll e di sane abbuffate, ma anche scrittori in cerca della giusta ispirazione ascoltate le nostre parole, recatevi in questo piccolo scorcio della Val Soana e non ne rimarrete delusi perché Ingria c’è.

mercoledì 3 dicembre 2014

La Real Chiesa di San Lorenzo



LA REAL CHIESA DI SAN LORENZO



Dove
La più bella. La più affascinante. Quasi nascosta in quell’immensità di monumenti che dire meravigliosi, è dir poco. Eppure, qualsiasi sia la direzione da cui si arriva, San Lorenzo rimane timidamente assorta, chiusa in quel suo capolavoro barocco che solo entrando si può ammirare.  La Chiesa si trova in una delle più belle piazze piemontesi, quella piazza Castello di Torino, da cui un tempo dipartiva la via maestra romana (l’attuale Via Garibaldi). San Lorenzo si può scorgere solo per quella immensa e suggestiva cupola che indica a suo modo la Cattedrale di San Giovanni Battista e quindi la Sindone, simbolo della cristianità. Si trova su quella Piazza in cui si affaccianoPalazzo Madama, Armeria Reale, Palazzo Reale!

Descrizione e Storia
E se la Consolata è considerata la Chiesa più amata dai torinesi, il Duomo la più importante, per via della custodia della Sindone, San Lorenzo forse la più bella. Voluta da Emanuele Filiberto a seguito della vittoria nella battaglia di Saint-Quentin del 1557, nella Fiandre a seguito di un voto da lui stesso formulato, la costruzione fu affidata a Guarino Guarini, architetto e sacerdote modenese. Un primo nucleo in realtà esisteva di già, la Chiesa di S. Maria del Presepe, ma Emanuele Filiberto aveva voluto fare le cose in grande  e dedicare un edificio di culto a San Lorenzo, proprio perché la sua battaglia era stata vinta il 10 agosto, giorno in cui si festeggia il santo in questione.
Sarà lo stesso Guarino Guarini a celebrare la prima messa a San Lorenzo, l’11 maggio 1680, dopo oltre 10 anni di lavori.

Perché andarci
La bellezza all’interno è qualcosa di sbalorditivo. La cupola considerata il capolavoro per eccellenza del barocco del Guarini. L’interno è a pianta centrale, con otto lati convessi che si aprono sulle cappelle concave degli altari laterali. Al disopra di quattro pennacchi corre una galleria su cui si affacciano otto finestre ovali intercalate da otto pilastri dai quali dipartono i costoloni della volta. Questi incrociandosi formano una stella a 8 punte e sull’ottagono regolare che si forma si erge la lanterna. 8, numero simbolico, che indica l’ottavo giorno, ovvero quello dell’infinito. Decine sono i simboli che si trovano all’interno della Chiesa, alcuni addirittura si dice siano legati alla massoneria torinese, di cui lo stesso Guarini faceva parte.

Curiosità
Ma come è possibile che una Chiesa con un interno così incredibile, che contiene gioielli, tesori, una cupola unica al mondo, all’esterno si presenti sobria, senza particolari apparenze che farebbero San Lorenzo, nel suo complesso, una delle meraviglie del mondo? Beh, la risposta parrebbe molto semplice. La costruzione di una vera e propria facciata avrebbe rovinato le simmetrie di Piazza Castello. Un peccato, forse, o una scelta azzeccata. Sta di fatto che in quella sua quasi incompiutezza, San Lorenzo va scoperta e amata e perché no, una volta entrati, contemplata e osservata in tutti i suoi angoli con le sue mille sfumature e soprattutto le sue luci e i suoi colori.