lunedì 14 novembre 2016

Seconda solo...alla Statua della Libertà




SECONDA SOLO… ALLA STATUA DELLA LIBERTA’!!!


 Dove
Piazza San Carlo è considerato il salotto di Torino, una delle piazze più belle del capoluogo piemontese, forse una delle più belle e meglio conservate piazze di tutta Italia. Due sono le chiese che vi si affacciano, Santa Cristina e quella dedicata a San Carlo. Ma chi è stato in vita quest’ultimo? Piemontese, ma non torinese, natio di Arona, Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, è stato colui che nel ‘500 è riuscito a convincere Emanuele Filiberto a trasferire la sindone da Chambery a Torino, in modo da poterla andare a venerare in un luogo più vicino rispetto la Francia. Morto il 3 novembre del 1584 Carlo Borromeo ha dedicato la sua vita all’assistenza spirituale e materiale, divenendo punto di riferimento nei periodi di pestilenze ed epidemie. Venne canonizzato solo 26 anni dopo la sua morte!
Fu suo cugino a voler dedicare a San Carlo un sacro monte, nei pressi del suo paese natale, nella bella cittadina sul lago Maggiore e costruire una statua che fosse ben visibile anche dal lago stesso.

Descrizione e Storia
Fu così che il 19 di maggio del 1698 venne inaugurato il monumento dedicato al santo,anora oggi conosciuto da tutti come il Sancarlone. Si tratta di un’opera gigantesca, alta 35,10 metri di cui 11,70 di piedistallo di granito e completamente visitabile. Si può entrare, infatti, all’interno del monumento e grazie ad una serie di scale, si può salire sino alla testa di San Carlo e da lì poter ammirare un panorama incredibile!

Perché andarci
Luoghi suggestivi, panorami mozzafiato ed un’esperienza più unica che rara, quella di poter entrare all’interno di una statua, rendono questo monumento tra i più visitati e importanti di tutta la Regione, con migliaia di turisti pronti ogni anno ad arrivare ad Arona. Chi giunge o chi trascorre anche solo qualche giorno sul Lago Maggiore, oltre alle isole borromee, non può non inerpicarsi per il Sacro Monte e godere di quest’opera fatta di lastre di rame battute a martello, che oggi festeggia gli oltre 300 anni di vita…

Curiosità
Senza dimenticare che il Sancarlone è la seconda statua visitabile al mondo dopo… sua maestà, la Statua della Libertà, di New York, alta circa dieci metri in più del monumento piemontese!!!!

Alla prossima

Luca B.

lunedì 24 ottobre 2016

Quel luglio con la nebbia - l'eccidio del Colle del Lys


QUEL LUGLIO CON LA NEBBIA
L’ECCIDIO DEL COLLE DEL LYS



L’aria gelida penetra nelle ossa. Il sole è alto, ma non caldo oggi e va a riflettersi su quel manto bianco che copre le montagne tutte intorno. Lo spettacolo è immenso, incredibile, gelido. Non si ode una voce, un rumore, solo il vento. Non si vede anima viva, non si sente alcun odore se non quello della fredda aria.
Dal centro della piazza tutto si può vedere, basta roteare il corpo fino a spingere gli occhi su, per il Monte Arpone. Dal Colle del Lys la vista è stupenda, quella Torre Circolare che ti annuncia di essere arrivato alla meta. Quella Torre circolare simbolo di guerra, speranza, infamia, storia. Quella Torre Circolare posta verso la Vale di Susa, dalla parte opposta di quella Valle di Viù dove una fossa comune, tanti anni prima,ha raccolto i corpi di 32 giovani uomini periti proprio su questo colle tanto amato dai valligiani, dagli escursionisti, dai ciclisti.

Si sente ancora quell’atmosfera di disfatta, di resa, di cotanta cattiveria che ha animato la notte tra il primo e il due di luglio del 1944, notte in cui, avvolti da una strana ed estiva nebbia, i partigiani della diciassettesima Brigata Garibaldi si sono scontrati con le truppe nazifasciste.
Uno sparo singolo, poi una raffica, questo fu l’inizio di uno dei più devastanti rastrellamenti contro le brigate garibaldine che si trovavano nella zona. Difficile fuggire, dove? Nei boschi, su in montagna,tra quella nebbiolina, ma troppi i mille tedeschi e fascisti per tentare un attacco. Ed allora l’unico ordine possibile fu ripiegare… nove vennero uccisi subito, ventitré catturati, torturati e trucidati.

Solo il quattro di luglio del 1944, quando tutto era ormai passato, anche il più grande dei mali, alcuni partigiani aiutati da contadini e da parroci della zona poterono seppellire i poveri ragazzi.
L’eccidio del Colle del Lys viene ricordato tutti gli anni, una lunga fiaccolata notturna ricorda quell’alba, quella notte senza una fine in cui vennero calpestati i sogni di giovani uomini.
Dal centro della piazza tutto si può vedere, basta roteare il corpo, la Torre Circolare, sorta per ricordare non solo quel due di luglio, ma tutte le 2024 persone cadute durante la Resistenza e appartenute alle Brigate Garibaldi, l’Ecomuseo della Resistenza Carlo Mastri e la via che conduce verso Niquidetto, proprio dove ancora oggi riposano i corpi e le anime di quei combattenti.
Solo il silenzio. Solo il silenzio è l’eterna testimonianza di questo scorrere del tempo, di quel tempo che sembra essersi fermato decenni fa e sembra voler e poter insegnare ai posteri qualcosa.Se solo imparassimo ad ascoltarlo, quel silenzio…





Luca B.

mercoledì 19 ottobre 2016

Asti


COMUNE DI ASTI

Come potete vedere dall’immagine qua sopra, lo stemma del comune di Asti è formato da uno scudo rosso con una croce d’argento. Sopra lo scudo è presente una corona utilizzata dai conti. Lo stemma è completato da due foglie di palma legate da un nastro rosso ed un cartiglio che riporta il motto latino “Aste Nitet Mundo Sancto Custode Secundo” che letteralmente significa “Asti risplende nel mondo per merito del suo Santo Custode Secondo”.  La sua origine è da ricercare nel periodo delle crociate, infatti molti astigiani ne presero parte nel 1202 e nel 1209. Lo stemma subì una trasformazione sotto il dominio napoleonico, dove lo scudo venne diviso in quattro parti, così recita un documento dell’epoca: “ Al primo inquartato a destra delle città di seconda classe, che è d’azzurro ad un N sormontato da stella raggiante d’oro, a sinistra di sabbia a tre lance antiche disposte in palo d’oro, al secondo campo d’azzurro e di rosso, dalla croce d’argento toccante gli orli, fondo blu, rosso cupo, bianco, giallo”. Lo stemma subì un cambiamento anche in epoca fascista, quando fu imposto il capo del Littorio.

lunedì 10 ottobre 2016

Dall'Olimpo alla Val D'Aosta



DALL’OLIMPO ALLA VAL D’AOSTA


Ogni tanto ci si chiede da dove derivi il nome di un luogo che abbiamo attraversato più e più volte. Nomi strani, semplici che non riusciamo però proprio a collocare in alcun modo in una precisa sfera a noi conosciuta.
E’ quello che mi è capitato, ad esempio,attraversando uno dei tanti paesi della Val d’Aosta, uno dei tanti con quel suono e quella parlata francese che ti rimane impressa e che porti la sera a casa. Montjovet! Montjovet è proprio uno di quei luoghi, di quei luoghi che, attraversati dalla Dora Baltea e dalla Statale 26, passano, corrono, volano via lasciando spazio e tempo ad altre mete magari più turistiche, alte, famose.
Eppure quel nome mi ha sempre fatto pensare a qualcosa di sacro, soprannaturale, divino. E questa è la sua storia….

Montjovet è un bel paese di quasi duemila anime, con quel fiume, la Dora, che mai come in questo tratto sembra così vivo. 2174 è la vetta più alta del comune, si tratta del Mont Lyan, maestoso, da cui si domina parte della valle stessa. Il territorio è attraversato da uno dei più importanti canali irrigui della Regione, il Ru d’Arlaz.
In epoca fascista il nome Montjovet venne cambiato, o meglio italianizzato,come quello di molti altri paesi, in Mongiove. Monte di Giove, quindi! Ma cosa c’entra la più grande divinità romana,
paragonabile allo Zeus greco, re dell’Olimpo, con questa terra?
Eppure Giove, come narra la leggenda, sembra essere quasi di casa qua, a Montjovet. I romani gli dedicarono un edificio di culto, nonché il monte sul quale quest’ultimo sorgeva, il Monte di Giove. Il tempietto, situato con ogni probabilità a Barmas era meta di pellegrini che qua pregavano la propria divinità. Ma Giove non è stato clemente, approfittando della propria forza e potenza amava terrorizzare gli abitanti del vallone di Peti-Monde, facendo di tutto per bloccare le acque del fiume, uccidendo poveri viaggiatori e viandanti, cercando di distruggere il piccolo borgo di Rodoz. Solo due angeli inviati da Dio riuscirono a placare gli animi di Giove schiacciando, nel vero senso della parola, la faccia della divinità su una roccia, sulla quale, si dice, sia stata impressa la usa immagine!

Leggenda o no, realtà o finzione, questo di Giove è uno dei tanti piccoli aneddoti che si possono udire in questo borgo, facente parte di questa chiusa vallata, dove il silenzio della quotidianità è interrotto soltanto dal lento via vai delle auto, dal fiume che lento scorre verso Torino e anziani, che fermi agli angoli delle vecchie case, non aspettano altro che raccontare ciò che il tempo ha raccontato a loro!




Luca B.

mercoledì 5 ottobre 2016

Piossasco



COMUNE DI PIOSSASCO


Leggenda vuole che sulle montagne nei pressi di Piossasco avesse la propria tana un drago. Il mostro durante la notte vagava fino a Torino portando dietro di sé una scia di cadaveri umani e animali. La gente era terrorizzata, finché un signore di nome Merlo, che faceva il mestiere del carbonaio, si prese la briga di uccidere il drago con l’aiuto dei suoi otto figli. Merlo, per l’impresa, si fece dare un toro tra i più feroci, nove sacchi di pane e nove botti di vino. Con i suoi figli mischiò il vino con il pane facendone un pastone da dare al toro che era stato fatto digiunare da diversi giorni. L’animale doveva servire come esca ed arma contro il drago, che infatti, incuriosito da quella strana presenza, uscì allo scoperto. Tra i due ci fu un scontro sanguinoso, con il toro che ebbe la meglio e ferì il drago che fuggì. Merlo e i suoi figli lo inseguirono, ma non riuscendolo a trovare diedero fuoco al bosco che stava là intorno. Da quel giorno del drago non si ebbero più notizie. Gli eroi furono ricompensati con un titolo nobiliare, inoltre la contea di Piossasco volle ricordare l’impresa inserendo nove merli nel proprio stemma. Tutt’oggi, come potete vedere dalla foto, nel gonfalone del comune di Piossasco, sono presenti dei merli.

giovedì 19 maggio 2016

A Gianmaria...



A Gianmaria…



 Saranno passati ormai più di dieci anni da quando, seduto all’esterno di un bar in un’assolata giornata di luglio del mio paese, un’autoguidata da una mia amicaparcheggia proprio a pochi passi dalle mie stanche gambe, reduci da oltre 100 chilometri di bicicletta. Aprendo la portiera ho potuto udire una musica lieve, leggera, ma allo stesso tempo ipnotica. Sorseggio la mia bibita e gli chiedo di non spegnere subito. ‘Testa, lo conosci?’ ‘Chi!’ ‘Gianmaria Testa, il capostazione’. Mai sentito, neppure nominare. A quel tempo ammetto di non poter usufruire come ora quasi on-line di Wikipedia, così rimango nella mia più totale ignoranza. Mi passa il cd che stiamo ascoltando ‘Il valzer di un giorno’. Mette proprio quella canzone

Tutto è già qui, l’adesso e l’indomani
tutto è già qui i torti, le ragioni le grandi verità e le speranze vuote
la voce che non sa per chi si spenderà
Ma oggi che era un giorno come tanti
hai preso le mie mani e poi le hai messe sui miei fianchi
e io che ballare non l’ho fatto proprio mai
mi sono perduto in un valzer che gira per noi

Chiudo gli occhi. Mi piace. Mi dona serenità, riposo, rilassatezza. La mia amica mi racconta brevemente la sua storia. E’ stato veramente un capostazione della stazione centrale di Cuneo, lui natio di Cavallermaggiore.
Da quel momento Gianmaria Testa, il cantautore degli ultimi, emarginati, emigranti, accompagna a fasi alterne la mia vita, lo perdo, ritorna, in alcuni periodi è fedele compagno della mia scrittura, in altri è un ricordo di un tempo che non c’è più e che mi riporta ai miei vent’anni. Ma lui c’è, sempre! ‘Altre latitudini’ è stata la colonna sonora di un intero periodo della mia esistenza, le canzoni contenute in quell’album aleggiavano, o forse meglio vivevano di vita propria nell’aria di quella casa che anni fa ho abbandonato.
Così quando quel 30 marzo all’esterno di un bar di un paesino in provincia di Vercelliad oltre 150 chilometri dal mio paesino natio, dalla mia vecchia amica e dalla mia vecchia casa ho appreso la notizia della morte di questo incredibile cantautore piemontese, troppo spesso sottovalutato (in Italia) in me sono riaffiorati ricordi, vecchi sogni, ma anche la voglia di riprendere quei CD e riascoltare quella voce e quella musica che mi ha donato e anche in questo momento che sto scrivendo, mi sta donando,grande armonia, semplicità e gioia.

Buon viaggio e Grazie di cuore Gianmaria!

Luca B.


giovedì 5 maggio 2016

Un viaggio in mezzo al lago



UN VIAGGIO IN MEZZO AL LAGO

Dolcissima quiete…
Bevo all’azzurro dei tuoi occhi,
respiro nel tuo Respiro,
o Vita di ogni vivente!



Dove
Richiudo dolcemente il libretto che ho da poco in tasca. Silente mi avvio verso l’uscita. Mentre spalanco il portone, respirando l’aria fresca che giunge dal lago, quasi mi scontro con un anziano signore venuto in quel luogo di preghiere per godere, come me d’altronde, di quell’atmosfera che solo il silenzio spirituale ti può donare. Ho attraversato questo piccolo tratto di lago d’Orta per percorrere quella via che migliaia prima di me hanno fatto. L’Isola di San Giulio è un cuore pulsante che intatto da secoli continua a pulsare al centro di questoenorme secchio d’acqua.

Descrizione e Storia
Si dice che questa abbazia posata sull’isola sia la centesima, nonché ultima fondata da San Giulio. La tradizione vuole che alla fine del IV secolo il Santo, in peregrinaggio nell’alto Piemonte, navigando il lago d’Orta sul proprio mantello riuscì a liberare quest’ultima dai draghi, costruendo una piccola chiesa, dedicata ai dodici apostoli.Trascorsero anni, decenni. Fu costruito anche un castello e il nucleo della prima chiesa, risalente addirittura al V secolo. Poi,successivamente, distrutta la primitiva cappella, ne venne costruita una nuova, più grande, ancora con un’unica abside. Una guerra, una dei tanti scontri bellici, purtroppo, portò alla distruzione anche di una parte di questa chiesa.
E oggi? Oggi la Basilica di San Giulio si erge in tutto il suo splendore con le sue tre navate. Di epoca romanica, anche se con il tempo molti sono stati i lavori di restauro a cui è stata sottoposta, è un luogo che oltre a diffondere saggezza e spiritualità porta con sé un millennio di storia sulle proprie spalle, da quando i primi frati benedettini misero piede su una quasi deserta isola, sino ai tempi nostri, in cui l’isola è meta di peregrini e turisti pronti ad ammirare questo angolo silenziosamente umano, circondato, nel vero senso della parola, dalla natura.

Perché andarci
Il luogo si fa amare da solo, senza tanti giri di parole. Non solo per la Basilica, ma anche per la passeggiata che qua ci porta. Passeggiata breve ma da cui è facile poter vedere un panorama a 360° del magnifico e forse mai troppo decantato Lago D’Orta, forse perché troppo vicino al più turistico e altisonante Lago Maggiore. Ma anche questo bacino d’acqua offre le sue splendide sponde, i paesini che vi si affacciano e la sua isola in mezzo all’acqua che sembra voler emergere con tutta la sua incantevole fierezza!

Curiosità
Sono fuori ma con la testa che si meraviglia ancora dell’interno appena visitato. Gli affreschi, i colori, il forte odore di incenso che si respira camminando tra le tre navate. E poi l’ambone romanico del XII secolo a pianta quadrata, un vero capolavoro del 1100!
Prendo la macchina fotografica e velocemente guardo ancora una volta le foto appena scattate dell’interno. E’ venuto il tempo di spostarmi e di fotografare questo spettacolo, compreso ciò che ci sta intorno, anche esteriormente!

Alla prossima
Luca B.